venerdì 20 giugno 2014

Annunciazio'!

Annunciazio' annunciazio'!
La settimana prossima il mio ultimo romanzo di fantascienza, "Vita facile ha un carburatore" (che potete trovare qui) SARÀ SCARICABILE GRATUITAMENTE da Amazon! Non fatevelo sfuggire!





Hospitia è una grande città stato dell'Agglomerato del Nord. Milioni di tonnellate di cemento delimitano le celle di una società ridotta al più immorale operaiato, in cui ogni persona rischia di diventare nient'altro che un ingranaggio sacrificabile e sostituibile. Schiavi del lavoro e di una vita che appartiene alle bizze altalenanti dei bilanci finanziari, i cittadini si ritrovano (non consapevoli) alle soglie di un evento storico epocale di taratura globale, che decreterà la salvezza, o il tramonto, dei più basilari diritti civili e costituzionali. Quegli stessi diritti che sanciscono la differenza tra uomini e prodotti da allevamento.
Ma Hospitia è anche la casa di Vincent. Vincent non ha un passato: il giorno prima aveva dieci anni in meno; quello dopo, il tempo era trascorso e mezzo mondo lo separava da casa.
Ora è tornato e la vecchia città è talmente vasta da farlo sentire un estraneo. Ha con sé poche cose e ancor meno certezze.
Ma è l'unico ad aver capito cosa sta per accadere.

giovedì 31 ottobre 2013

VITA FACILE HA UN CARBURATORE



Hospitia è una grande città stato dell'Agglomerato del Nord. Milioni di tonnellate di cemento delimitano le celle di una società ridotta al più immorale operaiato, in cui ogni persona rischia di diventare nient'altro che un ingranaggio sacrificabile e sostituibile. Schiavi del lavoro e di una vita che appartiene alle bizze altalenanti dei bilanci finanziari, i cittadini si ritrovano (non consapevoli) alle soglie di un evento storico epocale di taratura globale, che decreterà la salvezza, o il tramonto, dei più basilari diritti civili e costituzionali. Quegli stessi diritti che sanciscono la differenza tra uomini e prodotti da allevamento.
Ma Hospitia è anche la casa di Vincent. Vincent non ha un passato: il giorno prima aveva dieci anni in meno; quello dopo, il tempo era trascorso e mezzo mondo lo separava da casa.
Ora è tornato e la vecchia città è talmente vasta da farlo sentire un estraneo. Ha con sé poche cose e ancor meno certezze.
Ma è l'unico ad aver capito cosa sta per accadere.











venerdì 6 settembre 2013

Un anno e 16 giorni.

Un anno e 16 giorni.

Ecco. Ecco qua. 
Questo è tutto. 

Tutto cosa, dirà il lettore?

Tutto quello che avevo da dire. Per ora. 

Devo ancora applicare le correzioni dell'ultimo capitolo, dopodiché, passati due ultimi livelli di editing, il famoso romanzo di cui parlo da tanto tempo sarà concluso. I livelli di editing non richiedono necessariamente la mia supervisione: quindi, considerando che oggi stesso ho scritto quella che spero esserne la clousure definitiva, il mio lavoro è quasi definitivamente concluso. Il lavoro che rimane è talmente poco e leggero da ritenermi...finalmente...sollevato.
Si, sollevato. Oltre al piacere della scrittura, questa comporta poi tutto l'onere delle revisioni, le correzioni, le supervisioni, i controlli di continuity, le impaginazioni...un sacco di lavoro.

Oggi, buona parte di quest'onere è coperta. fiuu...

E come una lavoro viene sollevato, altri pesi se ne vanno. La scrittura non è un passatempo, un gioco, un esercizio di stile. Almeno, non è così che la intendo io. Quando scrivo, lo faccio perché ho un motivo per farlo. Ho qualcosa da dire, oppure qualcosa nella mia vita si è fermato, e scrivere è un buon modo per rimetterla in moto. La scrittura è la parte più sincera di me, probabilmente.

Non è la prima volta che mi succede, e di certo...non sarà l'ultima.

E ancora: questa storia è conclusa, ma di certo non è concluso il periodo. Io spero che vi piacerà quello che ho fatto. Lo spero davvero tanto, perché...non sarà di certo l'ultima storia.

Una parola che si colloca su una pagina fissa un momento, chiude una sensazione e delimita un'emozione. Gli da una forma, e permette di affrontare i propri demoni interiori. Forse non tutti possono essere sconfitti, forse non tutti gli incubi possono convivere con i propri sogni, e forse alcuni sogni dovranno persino accettare di doversene andare.

E' la vita.

Ma magari con alcuni di loro posso fare amicizia. Magari tra un tormento e l'altro accetteranno una birra e due noccioline di fronte ad un vecchio film in bianco e nero.

Oggi chiudo un accordo con un demone. Nessuna lotta, nessuna sconfitta. Una tregua, forse permanente, chissà.

Un po' di pace per affrontare il prossimo.

domenica 25 agosto 2013

Un anno e quattro giorni.

Ho dato un'occhiata agli ultimi post del blog, prima che si arrestasse definitivamente. Aveva già subito una piccolissima nota d'arresto, ma confronto a questa, quella durò molto poco.

Se comunque il blog si è fermato, un motivo c'è stato...ovviamente. Se c'è stato uno stop, poi una falsa ripartenza, e poi uno stop definitivo -durato molto a lungo- è perché, ovviamente, ero già io, ad essermi fermato. Qualche tempo prima.

Rileggendo i post della falsa ripartenza, che ho apprezzato tutti (non scrivo mai cose a caso: se scrivo è perché ho qualcosa da dire. A quel punto, uno può fermarsi a leggere il superficiale di quel che scrivo, magari farsi una risata, concordare o anche discordare con quel che scrivo...oppure cercare di fare una analisi più profonda. Cercare di vedere se sto dicendo anche altro), tra tutti ho prediletto questo. Quello che parlava nelle mie intenzioni di far ripartire il blog. 

Le intenzioni e le reali azioni non sempre coincidono. Non sempre uno ce la fa.

Non commetterò lo stesso errore anche stavolta. Non dirò che il blog riparte oggi, da qui.

Ora sono abbastanza vecchio e saggio da sapere che non possiedo più abbastanza forze, e forse nemmeno voglia, di portare avanti quello che in cuor mio mi piacerebbe vedere già concreto. Mi tradiscono la resistenza, la pazienza, forse alcuni muri che sono ormai crollati. Muri che pur avendo, crollando, liberato alcune mie antiche paure -ora libere di andare per la loro strada-, costituivano anche alcune delle mie fondamenta. Fondamenta che non ci sono più e che davano alla struttura del mio essere la spinta per fare.

Quindi, no, non credetemi se vi dico che questo blog riparte oggi. Perchè non è vero.

Ho detto che tutto si fermò un giorno preciso prima di quella falsa ripartenza. Ebbene, oggi sono passati esattamente un anno e quatto giorni da quel momento. Da quello stop.

Ho voluto far passare anche quattro giorni per esser sicuro di volere realmente scrivere queste parole. Di averne il coraggio, forse. Non mi bastava un anno.

E per esser certo di avere qualcosa da dire.

Ecco cosa ho da dire: l'anno scorso, quel giorno, ho lasciato a metà la stesura di un romanzo, la lettura di un libro, la visione di una serie tv. Oltre ad un miliardo di altre cose.

E oggi, per esser certo di non perdere nessun filo del discorso, quella serie tv ("E alla fine arriva mamma") ho ricominciato a guardarla dall'inizio ed ho superato il punto cui ero arrivato. Il libro ("Il taccuino di Sherlock Holmes") l'ho riletto dall'inizio ed ho superato il punto cui ero arrivato.

Mi si potrebbe dire che ricomincio dalle facezie. Ma io odio lasciare le cose a metà, non l'ho mai sopportato. Magari impiego tempi memorabili per portarle alla conclusione, ma alla fine ci arrivo.

Per quelle che contano, s'intende. La vita è fatta anche dell'iniziare cose senza troppa importanza. E' giusto iniziarle quando sembra che servano, è giusto interromperle quando acquistano il loro peso reale. Come è giusto portare a compimento le cose importanti...non importa quanto tempo ci vorrà.

Ed ecco perché aggiungo che il 29 settembre uscirà il mio primo romanzo digitale su Amazon. Non è il romanzo che stavo scrivendo, ma non perché l'ho abbandonato. Giuro.

Solo che questo era più importante.

Il perché lo dirò dopo la pubblicazione.

Chiudo solo ripetendo ancora che non è oggi che riparte il blog. Ci sono mille cose che non sono ancora in grado di fare, che piano piano, giorno dopo giorno recupero, un grammo alla volta, forse meno, la spinta.

Ci vuole molto tempo prima che una ferita molto grave si rimargini. E ci vuole molto tempo prima anche solo di riuscire a capire che si sta rimarginando.

Il blog era già ripartito alla falsa ripartenza, in realtà. Ora lo so.

Prossimamente parliamo del romanzo che sta per uscire, e...dove eravamo.



lunedì 22 ottobre 2012

Tu chiamale, se vuoi...

Non so se avete presente la sensazione. Quella che avete quando vi frulla una nuova, piccola, perché comunque è piccola, idea in testa, avete una voglia matta di realizzarla, ma qualcosa vi frena.
Qualcosa che può essere un istinto, la fatica, la svogliatezza, o la pigrizia.
A me mi frena un'emozione. Quella che ti prende quando l'idea si è concretizzata, ma poi avete fretta di vederla finita. 
Quelli che campano come noi, di disegni e di parole, difficilmente possono vedere finito in quattro e quattr'otto quello che hanno in testa. In genere, bene che vada, minimo ci vorrà qualche ora. Al massimo qualche vita.
Ecco, io ho quell'emozione che prende quando un'idea, fino a che è nella tua testa, è ancora fresca. Fino a che non la metti nero su bianco, fino a che non diventa materia, fino a che è solo astrazione, l'idea è finita. E' quando inizi a trasporla, che essa è materia grezza, non finita, non viva...fino a che non hai concluso la conversione. Che può durare tanto (sul tanto, c'è da riflettere: anche un minuto sembra eterno, se aspetti ansiosamente), e nell'attesa del quale tanto la freschezza muore, e diventa precisione, tecnica, costruzione: il risultato è tecnicamente perfetto, ma quello che aveva all'inizio, quella freschezza dell'idea...è tornato alle idee, al suo mondo d'origine, a cercare un altro tipo di perfezione, più immateriale e pertanto più concreta.

Il concetto stesso della perfezione: come si sul dire, "per esser perfetto gli mancava solo un difetto."

Fino a che è nella mia testa, il difetto sta nel fatto di non esistere. Quindi questo lo rende perfetto.

Come ho detto, mi frena un'emozione.

mercoledì 17 ottobre 2012

La formula della Pia

C'è da dire, però, che più le cose cambiano, più restano uguali. Almeno, ad una prima impressione. Di fronte al discorso che non c'è più La Pia di una volta, devo replicare che ho trovato una pizzeria che mi ha fatto la stessa impressione, quella che provavo quando provavo a passare (senza riuscirci, con tutta la ressa che c'era) di fronte alla storica pizzeria trent'anni fa.

Trent'anni fa. Fa pensare.

Ma non è questo il momento adatto per abbandonarsi a certi pensieri. Dicevo, che ne ho trovata una con lo stesso tipo di ressa. Con prezzi -grosso modo, non ci allarghiamo troppo- modici ma con quella calca che si forma di fronte ad un posto che lavora bene, bene, bene.

Il problema è che il posto è DECISAMENTE fuori mano. Dover fare una cinquantina di km per un pezzo di pizza (per quanto fatta bene) onestamente mi sembra una esagerazione, considerando che ho QUATTRO sedi della Pia quasi sotto casa e nessuna delle quali riesca più a fare la pizza che la sua storica antenata faceva una volta (questo senza contare il prezzo ridicolmente esagerato della stessa). E' una cosa che mi fa un po' incazzare. E' un po' come la CocaCola. La bevi, ti piace, però ti rendi conto che non è più quella di una volta. Gli cambiano la ricetta, in continuazione. Quanto sarà passato dalla prima volta che ho assaggiato la fantastica bevanda? 31, 32 anni? Credo di aver sentito il suo gusto cambiare -seppur di poco, ogni volta- almeno 20 volte. Venti volte che però se confronti la CocaCola di oggi con il ricordo che -ancora corre in testa, fortissimo- di quella prima volta dici, no, non c'è storia, non c'è paragone, NON E' LEI, punto. E il bello è che quando ero giovane mio padre mi diceva la stessa cosa, che quella non era la Coca che beveva lui.

Ci sarebbe da parlare tanto, sulle formule della CocaCola.

E così la pizza della Pia. Dici, è buona, buona buona, ma buona cosa? Che Poi la ritrovi ad una pizzeria a 50 km di distanza e dici "cazzo la pizza della Pia: ora la riconosco!"

Peccato che non sia la Pia. E peccato anche che sia talmente fuori mano che non abbiano nemmeno la farinata.

E peccato anche che sia in uno degli ultimi posti da ricchi che sia possibile vedere in questa penisola ormai distrutta da tasse, lavori socialmente inutili, caste, puffaroli e spezzini di ultima generazione. E non me ne vogliano gli spezzini orgogliosi della loro città. Sapete benissimo di chi sto parlando.

Quindi quello che mi chiedo con questo banalissimo esempio, è: le cose restano uguali per chi se le può permettere? Un po' il solito discorso che tutti gli animali sono uguali ma alcuni sono più uguali degli altri?

Riflettete.